Tecnicamente il cut-up consiste nel ritagliare frasi o immagini di uno scritto o di qualsiasi altra opera per poi ricomporli in un diverso ordine, a volte apparentemente insensato ma ugualmente efficace se osservato o letto nella giusta ottica, quella dell’ispirazione.

I Katap nascono nel 1994 da un’idea di Fabio di Miero; ci vogliono più di dieci anni di sperimentazioni nell’ambito della musica elettronica e di tutti i suoi figli perché la band trovi la dimensione più congeniale per il proprio progetto, ma finalmente nel 2005 i quattro pubblicano il primo lavoro ufficiale, un vinile da 12″ sotto la supervisione della Bustin’Loose, già etichetta dei Planet Funk, a cui fa seguito 2 anni dopo il primo long playing, “Antiform”, che, oltre a confermarli tra i più qualitativi gruppi della scena indipendente italiana, dà il via ad una carriera live che scarrozza la band in giro per lo stivale per oltre due anni, tra festival, concerti propri e aperture di grosse personalità della musica nazionale, non ultimo Caparezza che li ha voluti sul palco prima di lui nel 2009.
Durante l’intensa attività dal vivo il gruppo si ritrova ad eseguire brani editi e inediti, che con il piglio live assumono forme ed espressioni completamente nuove, proprio come le frasi ritagliate e ricomposte disordinatamente con il metodo cut-up, Di Miero e soci decidono così di provare a riportare il fascino delle esecuzioni live in un nuovo album, che è stato pubblicato nel novembre del 2011 sotto il titolo “Bullet”.

“Bullet”, proiettile, ed è proprio questa la sensazione che si prova ascoltando le nove tracce del disco, un colpo violento sparato da distanza ravvicinata diretto alle orecchie e alle vibrazioni dell’ascoltatore, un vortice di suoni elettronici a ritmo punk, brandelli di sperimentazione in ogni brano, chitarre distorte sovrastate dai riverberi, in un ordine che – come insegna Burroughs – di primo acchito può apparire casuale, o addirittura insensato, ma nel suo incedere apparentemente ciondolante si delinea chiaro e netto nella mente di chi lo ascolta.

La musicalità dei brani è volutamente grezza, mantiene il timbro punk e conferisce all’album l’approccio live, ma l’inserimento dei synth e dei campionamenti aggiunge un tocco del tutto personale, un’ispirata rielaborazione che regala sfaccettature multiple alle varie tracce, punti di vista (e di ascolto) diversi da cui interpretare un progetto decisamente ambizioso. Le chitarre sporche figlie del noise-rock si intrecciano con echi sintetici e frangenti ballabili ripetuti ossessivamente per poco più di trenta minuti in cui il quartetto campano racconta di emozioni, storie nate e finite, nevrosi metropolitane e sogni di plastica, tra progressioni violente e cambi di direzione fulminanti, costantemente in bilico tra aggressività punk e dancefloor.

Un electro-punk che può apparire raffazzonato ma non lo è, e funziona sia nelle derive ipersintetiche di “Berlin” e “Skinless” sia ancora di più nelle oscillazioni rockeggianti dell’ottima “Spotlife”, oltre che nel finale dell’album, impreziosito dalla piano version di “Notorius heart”, hit del precedente lavoro che seppur non completamente in acustico si veste del fascino della ballata.

Bullet” è un disco potente, da ballare senza troppi fronzoli quanto da affrontare a gomiti alti in mezzo al pogo, è un collage ben cesellato pregno di spunti distribuiti ad arte, non una novità assoluta forse, ma certamente non il solito album elettronico votato soltanto ai remix da ballare in spiaggia, e soprattutto è la conferma che i Katap hanno trovato la loro dimensione, l’habitat perfetto perchè il loro progetto possa crescere e maturare, ora non resta che aspettare la prossima evoluzione.

 

(a cura di Emanuele Bertola)